L’editing fatto bene: empatia, elasticità, rispetto

Qualche giorno fa stavo confortando una mia amica e cliente: aveva appena terminato di rileggere l’editing inviatole dalla ottima casa editrice che le pubblicherà il nuovo romanzo, ma che a quanto pare non è a conoscenza (la casa editrice) di avere tra le sue fila qualche editor piuttosto inesperto. L’amica era scoraggiata perché detto editing aveva reso il suo testo piatto e senza carattere, non aveva compreso l’anima e lo stile dell’autrice che spesso gigioneggia con le parole, usa volutamente una scrittura un po’ distratta in cui le ripetizioni di vocaboli hanno un significato ben preciso e così pure l’uso di certe parole a scapito di altre.
Così eccomi qui a ribadire un concetto già trito e ritrito: per essere un bravo editor non basta sapere scrivere correttamente in italiano. Occorre possedere alcune caratteristiche fondamentali: empatia, elasticità, rispetto.
Prima di proseguire vorrei fare due premesse. Non scrivo questo post per cantarmela e suonarmela, ma perché, dopo tanti anni di onorata carriera e altrettanti feedback positivi ricevuti dai clienti, sono consapevole di saper fare il mio mestiere di editor. E mi irrita vedere gente che fa danni.
La seconda premessa non dovrebbe essere necessaria ma tant’è: il lavoro di editing deve migliorare o perfezionare un testo, non stravolgerlo secondo i gusti dell’editor o standardizzarlo togliendogli carattere e personalità.
Ma ve lo immaginate l’editor di Saramago che gli spezzetta i lunghissimi periodi in cui il punto e virgola è protagonista in frasette brevissime incastonate tra punti e due punti? E quello di Palahniuk che epura tutte le parole “forti”? Oppure quello di Camilleri che gli riscrive in italiano tutte le parti dello pseudo dialetto siciliano?
Dopo una passata di trattore del genere la loro scrittura avrebbe perso il carattere che la contraddistingue.
Ecco, il bravo editor deve fare questo: entrare nell’anima dello scrittore, capire le sue scelte linguistiche e rispettarle.
Empatia quindi, e rispetto. L’editor non deve interferire nel dialogo tra scrittore e lettore, casomai facilitarlo. Non è detto che un linguaggio corretto grammaticamente sia efficace. Se l’autore ha scritto “cappellino”, che dà l’idea di qualcosa di vezzoso e sbarazzino, perché sostituirlo con “copricapo”? Se l’autore ha usato “ragazzetta” che ti disegna subito una tipetta di un certo carattere, perché sostituirlo con “fanciulla”? Che poi se l’autore usa uno stile molto colloquiale, cosa ci stanno a fare “copricapo” e “fanciulla”? Ma voi li usate nel vostro linguaggio quotidiano? Se sì mi fate un po’ paura… Scherzo ovviamente (ma non troppo). Comunque questa è l’elasticità. Capire quando è necessario sostituire un vocabolo e soprattutto con quale sostituirlo.
Certo è più facile se si conosce la scrittura dell’autore, se si è lavorato già in precedenza con lui o lei. Ma se così non fosse ci si può sempre fare un’idea del suo stile leggendo altre sue pubblicazioni (o anche solo i suoi post su FB). E se tale lavoro di documentazione risulta troppo gravoso si può fare una chiacchierata al telefono (si capiscono già diverse cose da quella) oppure scambiarsi qualche mail. Altrimenti è come se il restauratore si mettesse a lavorare su un’opera d’arte senza avere un’idea di come fosse l’originale.
La terza parola magica è rispetto. Stiamo lavorando sull’opera di qualcuno che ci ha investito emozioni, fatica, impegno. Se non lo capiamo è meglio che ci limitiamo a correggere i temi delle medie. Anzi, nemmeno quelli.

(Photo by hannah grace on Unsplash)

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